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1 maggio 2008
Liberalism in Italy
I copy below the article from Professor Giavazzi. It's strange how many people I know that consider themselves true liberal & pro-market vs. the economy and how few people really are so. The
sad reality is that Italians don't want liberalism and don't want to
lose each own advantage and the inability to risk and the
non-meritocratic culture is part of our own culture which I think it's
hardly changeable. That's way I'm against Francesco Grillo when he argues Italy might change soon - to change this country, you don't need to change its politicians or parties, you have to change its people which are "innerly corrupted" - this is feasible but might take 20-30 years and I cannot wait that much....
Il liberismo e la speranza
di Francesco Giavazzi
Da una quindicina d’anni su questo giornale mi batto per il
mercato, per le liberalizzazioni, per uno Stato meno invasivo. Sostengo
i benefici della concorrenza e dell’apertura agli scambi, non per
scelta ideologica ma perché penso che mercati aperti e concorrenza
siano lo strumento per sbloccare un Paese nel quale la mobilità sociale
si è arrestata e il futuro dei giovani è sempre più determinato dal
loro censo, non dal loro impegno o dalle loro capacità. Nel frattempo
nel mondo sono successe alcune cose. La globalizzazione dei mercati ha
consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà: nel
1990 le famiglie in condizioni di povertà estrema erano, nel mondo, una
su tre; oggi poco meno di una su cinque.
Ma con la globalizzazione si sono accentuate le diseguaglianze,
soprattutto nei Paesi ricchi e poco importa che il motivo non siano le
importazioni cinesi, ma piuttosto le nuove tecnologie che premiano chi
ha studiato e penalizzano il lavoro non specializzato. (Negli Stati
Uniti il salario orario di un lavoratore che ha smesso di studiare a 16
anni nel 1972 era, ai prezzi di oggi, 15 dollari; 11 nel 2006. Quello
di un laureato è invece aumentato da 24 a 30 dollari l’ora). Come
osservavano già tre anni fa Massimo Gaggi e Edoardo Narduzzi («La fine
della classe media») in occidente è sparita la classe media
tradizionale, quella che per mezzo secolo è stata il collante del
sistema politico: al suo posto è nata una società nella quale chi ha
scarsa istruzione è angosciato e cerca qualcuno che lo protegga. E non
sempre il mercato dà buona prova di sé. Negli Stati Uniti è inciampato
in un paio di infortuni.
Nel 2002 le frodi degli amministratori di Enron, Tyco e WorldCom.
Oggi la crisi innescata dai mutui «subprime»: se non fossero
tempestivamente intervenute le banche centrali, cioè lo Stato, i
mercati rischiavano di precipitare. Talora un mercato neppure esiste,
come nel caso dell’energia: prezzi e forniture di gas — l’80%
dell’energia utilizzata in Italia—sono determinati da un cartello
dominato dalla Russia. Pensare di aprire quel mercato alla concorrenza
è un’illusione un po’ infantile, almeno fino a quando non avremo
costruito una decina di rigassificatori e ci vorranno, se tutto va
bene, un paio di decenni. La Cina non consente che il valore della sua
moneta sia determinato dal mercato. Per mantenere un tasso di cambio
sottovalutato accumula una quantità straordinaria di euro e di dollari.
La crescita cinese continua a dipendere dall’industria e dalle
esportazioni. A parole il partito comunista si dice preoccupato della
crescente diseguaglianza, ma poi non fa quasi nulla per correggere il
tiro e spingere la domanda interna, soprattutto i servizi, in primis la
sanità. Sempre più i mercati aperti spaventano gli elettori. Nella
campagna elettorale americana sia Obama che Hillary Clinton parlano con
accenti critici della globalizzazione e si guardano bene dall’attaccare
i sussidi pubblici che rendono ricchi gli agricoltori Usa a spese del
resto del mondo, ad esempio dei coltivatori di cotone egiziani.
In Francia Sarkozy a parole (e non sempre) predica il mercato, ma
provate ad aprire una linea aerea e a chiedere uno slot per un volo
Linate-Charles De Gaulle: lo otterrete, ma alle 6 del mattino. La
maggioranza degli italiani ha votato per un candidato, Silvio
Berlusconi, che si è impegnato a salvare — con denaro pubblico —
un’azienda che perde un milione di euro al giorno: non ho visto nessuno
sfilare perché le nostre tasse vengono usate per tenere in piedi
un’azienda da anni decotta. (Ho invece visto i tassisti romani
festeggiare il nuovo sindaco della città che due anni fa aveva
manifestato solidarietà per la violenta protesta dei tassisti contro le
liberalizzazioni di Bersani). Insomma, il mondo sembra andare in una
direzione diversa da quella auspicata da chi, come me, vorrebbe meno
Stato e più mercato. I cittadini non sembrano preoccuparsene: anzi,
premiano chi promette «protezione» dal vento della concorrenza. Che
cosa non abbiamo capito, dove abbiamo sbagliato? Alcuni ritengono che
il problema nasca dall’errato accostamento di «concorrenza » e
«mercato».
Concorrenza significa regole: in assenza di regole non è detto che
il mercato produca una società migliore di quella in cui vivremmo se
venissimo affidati ad uno Stato benevolente. Affinché il mercato, la
globalizzazione diventino popolari è necessario «governarli». E’
certamente vero, ma anche un po’ illuminista. Vedo anti-globalizzatori
che occupano le piazze, ma non vedo cittadini che manifestano perché il
Doha Round non fa un passo. La decisione dei capi di Stato dell’Ue di
cancellare la concorrenza dai principi irrinunciabili stabiliti dal
nuovo Trattato europeo è passata inosservata. Insomma, non mi pare che
i cittadini reclamino più regole: la protezione che chiedono —e che
alcuni politici promettono—è quella dei dazi e dei vincoli
all’immigrazione, non l’antitrust. A me pare che i liberisti debbano
porsi un compito più modesto: spiegare ai cittadini che l’alternativa
al mercato, al merito, alla concorrenza è una società in cui i
privilegi si tramandano di generazione in generazione, i fortunati e i
prepotenti vivono tranquilli, ma chi nasce povero è destinato a
rimanerlo, indipendentemente dal suo impegno e dalle sue capacità.
Convincerli che il modo per difendere il proprio tenore di vita è
chiedere buone scuole, non dazi.
Il «miracolo economico» italiano degli anni ’50 e ’60 fu il frutto
del mercato unico europeo (e della lungimiranza di alcuni leader della
Democrazia Cristiana che alla fine della guerra capirono l’importanza
di entrare subito nella Cee). La caduta delle barriere doganali e
l’ampliamento della domanda consentirono alle nostre imprese di
allargare le fabbriche e raggiungere una dimensione che ne determinò il
successo. La crescita tumultuosa di quegli anni creò opportunità per
tutti. Non ho dati, ma penso che se qualcuno allora avesse chiesto agli
italiani che cosa pensavano dell’apertura degli scambi, la maggior
parte avrebbe risposto favorevolmente. L’Europa di allora è il Brasile,
l’India, la Cina dei giorni nostri, ma i più oggi le considerano
minacce, non opportunità. Mi pare che l’Italia si trovi in un «cul de
sac». Da un decennio abbiamo smesso di crescere: dieci anni fa il
nostro reddito pro-capite era simile a Francia e Germania, 27% più
elevato che in Spagna, 3% più che in Gran Bretagna.
In questi anni abbiamo perso dieci punti rispetto a Francia e
Germania, siamo stati raggiunti dalla Spagna e di nuovo superati dalla
Gran Bretagna. Quando un Paese non cresce le opportunità scompaiono e
ciascuno si tiene stretto quello che ha: mentre mercato, merito,
concorrenza—i fattori la cui assenza è all’origine della mancata
crescita—spaventano. I cittadini preoccupati chiedono protezione,
qualcuno la promette e il Paese si avvita. (Il paragone, lo so,
indispettisce, ma la storia del declino dell’Argentina —un Paese che ai
primi del ’900 era ricco quanto la Francia—inizia, con Peron, proprio
così). Il tentativo di convincere la sinistra che mercato, merito e
concorrenza sono gli strumenti per sbloccare l’Italia—devo ammetterlo —
è fallito. Con Prodi la sinistra ha perso un’occasione storica: anziché
sbloccare la società ha essa pure offerto protezione. Ma chi ha
protetto? Non chi temeva la globalizzazione — che infatti si è fatto
proteggere dalla Lega—ma il sindacato, anzi i suoi leader. Temo ci
vorrà qualche legislatura per riparare questo errore.
I nuovi interlocutori dei «liberisti» (come sostiene da qualche
tempo Franco Debenedetti) oggi sono i «protezionisti»: sbagliano la
diagnosi, ma hanno saputo cogliere e interpretare meglio della sinistra
le angosce di tanti cittadini. E tuttavia la risposta alla «mobilità
planetaria» non può essere il congelamento della mobilità domestica.
Una società congelata non solo è ingiusta: si illude di proteggersi, in
realtà spreca le sue risorse migliori e deperisce. E’ un lusso che
forse possono permettersi gli Stati Uniti: per l’Italia sarebbe un
suicidio.
| inviato da a.santo il 1/5/2008 alle 14:30 | |
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28 aprile 2008
Italy’s elections: A Black & White outcome
Ricevo un invito a pubblicare q.cosa sul recente risultato elettorale, ecco il mio pensiero:
I can’t be
happy for the Italian elections outcome but I can’t be happier for the outcome.
How can you
explain these contrasting sentences?
As most of
the political analysts already pointed out, Italians radically chose their
favoured party which is, unfortunately, the PDL.
Berlusconi
and his allies, with a strong majority in the lower and upper chamber, now have
a, possibly striking, 2nd chance to change Italy
innovating its politics and economy (after not having executed on their 1st
tentative). I don’t think they’ll succeed as PDL mainly collected votes from
people who desire a change but really don’t want to lose their own privileges
(e.g. Tremonti’s protectionism and the whole Alitalia and Malpensa issue). Berlusconi’s
first statement about “expected painful reforms” might be signalling he’s on
the right path but will he be able to execute on his words? I still believe
that in order to change Italy, you have to change Italians, with this requiring
investments on school and education and being achievable only as a medium to long
term target that no party will be probably able to make, unless an external
major force (invasion from Spanish people? ) will drive the required cultural shift.
However Italians
have radically voted for a major simplification in their political
representation kicking out of the Parliament all the parties that didn’t help
Prodi’s government (i.e. communist parties that are not represented in the next
Parliament) or would have probably threatened his successor (i.e. both La
Destra and UDC which scored well below their expectations). This is definitely
the best outcome of Italians election as voters show their preference for a
non-proportional political system where winner takes a comfortable majority and
is able to lead the country to change – we should credit for this Veltroni and
his choice to “run alone” as he was closely followed by Berlusconi’s PDL.
So am I
positive for Italy’s
future? No, I’m not – how could I? The Economist recently pointed out how bad
is Berlusconi’s comeback but we know most of Italians don’t even read
newspapers, what about the oldest economic and political magazine in Europe? But still I can see a small, far, little light at
the end of the tunnel as the switch of Italians toward a “European way” to vote
might prompt a radical change in the political parties and their behaviour.
Will we be
able to become a “normal” country? The question is still open for discussion
| inviato da a.santo il 28/4/2008 alle 11:33 | |
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28 aprile 2008
Benvenuti!
Su invito di Francesco Grillo e della sua collega Valentina Cucci comincio questo blog "politico" su Il Cannocchiale, lo stesso provider degli altri blog della famiglia Vision.
Il miglior inizio per questo blog è presentarmi a voi lettori e raccontarvi quello che voglio fare/disfare con questo spazio personale.
Una mia bio (fonte: www.fondazionelorenzosanto.org)
Alessandro Santo
Alessandro lavora come consulente per Bain & Company, principale
società di consulenza strategica in Italia. Alessandro si è unito al
team Bain nel 2006 e finora ha lavorato all’interno di diverse practice
quali banche, beni di consumo, industriale e manifatturiera. Prima di
Bain Alessandro ha lavorato per oltre 4 anni come venditore per
Euromobiliare SIM. Alessandro ha conseguito il suo MBA alla Columbia
University a New York nel 2006 e si è laureato con lode in Bocconi nel
2001 discutendo una tesi sulla volatilità nel mercato delle opzioni su
indice. Alessandro adora viaggiare ed incontrare i propri amici; i suoi
principali interessi sono il motociclismo, l’informatica, la storia e
la letteratura.
Il mio cv lo trovate sempre aggiornato su www.alessandrosanto.com, mentre il mio altro spazio internet è il blog www.xanga.com/alezante929 che va ormai avanti da quasi 4 anni e contiene la mia esperienza americana e tutto quello che mi è successo dal 2005 in poi. E' uno spazio nel quale parlo di politica, di economia, ma anche - come è d'uopo per un blog - dei fattacci miei :-)
Per questo spazio invece proverò a concentrami su politica ed economia, valutando le azioni del governo Berlusconi (per il quale non nutro simpatie) e provando ad essere il quanto più imparziale possibile. Ogni commento è sempre ben accetto, soprattutto quelli che non si limitano ad insultare
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